2 febbraio 2026
2 febbraio 2026
Ogni sabato alle ore 12 un contributo alla cultura antifascista odierna: una finestra sull'oggi che raccoglie dall'attualità notizie e commenti per comprendere cosa significa “partigiani oggi” e richiamare i valori della Costituzione; una selezione di immagini resistenti potenti per trasmettere i valori antifascisti che stanno a cuore alla nostra associazione; la segnalazione di proposte culturali che possono aiutare a scoprire e gustare i valori della Resistenza ai nostri giorni; uno spazio per le voci di Resistenza per conoscere attività e lotte di ieri e di oggi.
La volontà che muove questo appassionante progetto nasce dalla ferma convinzione che CHI SEMINA MEMORIA RACCOGLIE FUTURO: la vita quotidiana della nostra società è ancora impregnata di ingiustizie, diseguaglianze sociali e visioni distorte, che richiedono alle coscienze un occhio critico che veda i valori della Costituzione nei fatti odierni, una mente appassionata nel comprendere e cercare soluzioni, e piedi pronti a muoversi.
7 febbraio 2026
"Solidarietà totale verso l’agente di polizia picchiato con estrema violenza, verso i giornalisti RAI aggrediti e minacciati e verso l’intera città di Torino. Sdegno e condanna per le azioni di bande di delinquenti mascherati che sono riusciti a oscurare una grande e pacifica manifestazione popolare”.
Senza giri di parole ANPI nazionale ha preso una posizione netta sui fatti di Torino. Ma cosa è successo per le strade del capoluogo piemontese?
Askatasuna era uno storico centro sociale torinese. A seguito della sua chiusura è stata organizzata un corteo, tenutosi sabato 31 gennaio, che ha percorso le vie del centro per esprimere disaccordo con questa decisione, manifestando pacificamente. Un gruppo di persone, ad un tratto, incappucciate e armate di manganelli, si sono infiltrate, arrivando ad aggredire un agente di polizia e disseminando caos e violenza ovunque.
Fatti gravi, gravissimi, sui quali il mondo politico, bipartisan, ha puntato il dito.
Anche ANPI ha condannato questa violenza inaudita e senza alcuna giustificazione.
Parallelamente, resta importante difendere il diritto delle persone a partecipare a manifestazioni pacifiche, nelle quali esternare il proprio pensiero. Nulla deve minare la possibilità di ciascuno di noi ad impegnarsi per quei valori di democrazia e partecipazione nei quali ogni cittadino dovrebbe riconoscersi.
I violenti vadano isolati e bloccati, così che i cortei pacifici possano esserci, nel rispetto reciproco fra manifestanti e Forze dell’Ordine.
Metterci la faccia e dire "No".
Il prossimo 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi in un referendum costituzionale confermativo sull'assetto della magistratura.
ANPI ha da tempo espresso le proprie considerazioni sul quesito, sostenendo con convinzione il "No". La scelta è determinata da una considerazione di base: questa riforma non va a migliorare le criticità legate alla giustizia, che non si risolverebbero se vincesse il "Sì". Ciò che propone il Governo Meloni mette invece in pericolo i principi democratici conquistati con la Resistenza: la riforma è un attacco alla «separazione dei poteri, conquistata dopo 20 anni di fascismo, quando la giustizia era sottoposta alle direttive del Governo e non esisteva un organo indipendente di autogoverno come il CSM». Una riforma, dunque, «che vuole mettere la giustizia al servizio dei potenti colpendo i diritti e le tutele dei cittadini».
Per far riflettere gli italiani sulla pericolosità del risultato di questo referendum, ANPI ha chiamato a raccolta personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, affinché catturino l'attenzione della cittadinanza, favorendo un pensiero critico su questi temi in vista del voto.
Il 6 marzo si è tenuto "100 voci per il NO," una grande maratona radio tv e social promossa dall’ANPI nazionale per sostenere le ragioni del NO al referendum sulla riforma Nordio. Un’iniziativa collettiva e unitaria che «ha messo al centro la Costituzione, il pluralismo e la partecipazione. Tutto questo vuole essere un impegno per un NO consapevole, diffuso e responsabile».
7 marzo 2026
14 febbraio 2026
A Marrakesh, il fotografo marocchino Hicham Benohoud ha utilizzato le proprie ore di insegnamento guidando alunni e alunne in un'indagine su identità, libertà e potere.
In questa foto, un lungo ramo diventa il filo conduttore che unisce due studenti a una lampada.
I due giovani collaborano per sostenere la struttura. Collegandosi simbolicamente alla fonte di luce rivendicano un’istruzione che non sia solo nozionismo, ma illuminazione personale e libertà intellettuale.
Il libro, che ha raccolto l’innovativo percorso laboratoriale, ha vinto il “PhotoBook of the Year” 2025.
Fonti:
C'è un contrasto potente nello scatto di David Guttenfelder, reporter per il New York Times. Il ghiaccio del lago Bde Maka Ska, a Minneapolis, appare come una superficie lunare, fredda e indifferente.
Eppure, su quella lastra gelida, lo scorso febbraio, centinaia di cittadini e cittadine hanno tracciato un segno che non si può ignorare.
La scritta "SOS" non è solo un grido di aiuto, ma un atto di resistenza collettiva contro le politiche dell'ICE.
Non esiste gelo capace di fermare il calore della solidarietà, l’abbraccio della fratellanza e della sorellanza, la spinta verso la giustizia.
Fonti:
https://www.nytimes.com/.../minnesota-ice-protests...
https://www.internazionale.it/.../a-minneapolis-e-nato-un...
14 marzo 2026
21 febbraio 2026
Alberto Centinaio, già consigliere di Città Metropolitana di Milano e sindaco di Legnano, in questo libro racconta la storia di Samuele Turconi, nome di battaglia ”Sandro”, elemento di spicco della lotta di liberazione dal nazifascismo nel legnanese e nella Valle Olona.
Turconi nacque nel marzo del 1923 da una famiglia contadina e visse alla Cascina Mazzafame, a Legnano.
Chiamato alle armi nel Regio Esercito allo scoppio della guerra, Samuele, dopo l’8 settembre, decide di disertare per evitare di essere deportato nei campi di lavoro nazisti. Tornato nella sua Cascina Mazzafame, e resosi conto delle condizioni di vita cui era costretta la popolazione per le angherie dei repubblichini, dopo un incontro con Mauro Venegoni, medaglia d’Oro al valor militare, si unisce alla Resistenza.
Dopo le prime azioni di “apprendistato”, Samuele, cui non mancano il coraggio e un pizzico di incoscienza, organizza, insieme al suo gruppo, il famoso attentato all’albergo Mantegazza, sede di ritrovo e svago degli ufficiali nazisti. Portata a termine l’azione, Samuele, braccato dai nazifascisti è costretto a rifugiarsi al di là del Ticino.
Arrestato dopo uno scontro a fuoco, viene condannato a morte e portato nel carcere di San Vittore a Milano, dove, con la complicità di un sorvegliante, riesce a fuggire e a salvarsi la vita.
Il libro racconta la storia di 14 donne, non tutte originarie della provincia di Varese, ma che qui hanno agito durante la Resistenza.
Sono donne di differenti età, dalle più mature, dedite a ruoli più “logistici”, alle più giovani che hanno compiti più attivi, forsanche meno condizionate dai ruoli ai quali le donne dell’epoca erano dedite, di diversa estrazione sociale, ma tutte accumunate da una sincera repulsione verso il regime fascista totalitario che ha oppresso l’Italia nella prima metà del secolo scorso.
Nelle interviste cui sono state sottoposte le protagoniste di questo libro, realizzate da Daniela Franchetti, ognuna di esse racconta la propria storia, del periodo scolastico, dell’avviamento al lavoro in età precoce (cosa normalissima nella società dell’epoca, soprattutto tra le classi meno abbienti o di ex contadini), fino a maturare la decisione di prendere parte attiva nella lotta di Liberazione dal nazifascismo.
A queste donne va il nostro ringraziamento per l’impegno profuso affinché l’Italia potesse liberarsi dalla dittatura fascista.
Fonte:
Istituto Varesino “Luigi Ambrosoli” per la storia dell’Italia contemporanea e del movimento di liberazione, Pietro Macchione Editore - pag. 205
21 marzo 2026
28 febbraio 2026
La Resistenza non passa sempre dalle piazze.
A volte passa dalle parole, dal linguaggio giuridico e dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome anche quando questo comporta un prezzo personale.
Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, è oggi tra le figure più esposte in questo ambito.
Nel luglio del 2025 è stata colpita da sanzioni statunitensi, quali congelamento dei beni e restrizioni personali, una misura senza precedenti nei confronti di un titolare di mandato ONU.
Le Nazioni Unite le hanno definite un’azione di intimidazione e una interferenza inaccettabile nell’indipendenza delle procedure speciali, avvertendo che colpire un relatore significa mettere sotto pressione l’intero sistema di monitoraggio dei diritti umani.
Alla base delle contestazioni vi sono le sue valutazioni giuridiche sulla Palestina occupata e sulla guerra a Gaza.
Ad esempio, nel rapporto presentato al Consiglio ONU per i Diritti Umani nel luglio 2024 ha scritto:
«Ci sono ragionevoli motivi per ritenere che sia stata superata la soglia che indica la commissione del crimine di genocidio contro i palestinesi, in quanto gruppo, a Gaza.»
Non una dichiarazione politica, ma una formula tecnica, ancorata al diritto internazionale.
In un successivo rapporto, rilasciato poco prima dell'imposizione delle sanzioni, ha poi ampliato l’analisi sul piano economico, affermando:
«Mentre leader politici e governi eludono i loro obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia di occupazione illegale, di apartheid e ora di genocidio.»
Usando le giuste parole, si guarda in faccia alla realtà e si fa cadere la retorica dell’inevitabilità del conflitto: non fatalità storica, ma responsabilità identificabili e interessi strutturati.
In un clima dominato dalla polarizzazione, Albanese continua a usare il lessico del diritto. Resistere, qui, significa nominare strutture di potere e responsabilità con precisione giuridica, anche quando il prezzo è l’isolamento.
Fonti:
– OHCHR, Anatomy of a Genocide, A/HRC/55/73, 1 luglio 2024
– OHCHR, From economy of occupation to economy of genocide, A/HRC/59/23, 2 luglio 2025
– Internazionale, “Le Nazioni Unite chiedono la revoca delle sanzioni statunitensi contro Francesca Albanese”, 10 luglio 2025
Ci sono forme di controllo che non passano dalla forza, ma dalla sottrazione, come limitare possibilità e restringere ciò che si può immaginare.
Pashtana Durrani, giovane attivista afghana e fondatrice di Learn Afghan, lavora per garantire istruzione alle ragazze anche dopo il ritorno al potere dei talebani. Quando nel 2021 hanno ripreso il controllo del Paese e limitato drasticamente l’accesso delle donne all’educazione, il suo lavoro è diventato pericoloso. Durrani è stata costretta prima a nascondersi e poi a lasciare l’Afghanistan. Oggi vive in esilio, da dove continua a coordinare programmi educativi alternativi e clandestini.
Nel suo libro racconta con chiarezza il legame tra istruzione e potere:
«Più ci pensavo, più mi sembrava che tutto partisse dall’istruzione. La mancanza di istruzione non era una conseguenza della povertà: era un’arma.»
Non un semplice accesso alla conoscenza, ma ago della bilancia tra il mantenimento del controllo e la messa in discussione degli equilibri di potere.
«Negarla era una scelta deliberata e aveva uno scopo politico. Serviva a mantenere le ragazze in silenzio, docili e isolate dal mondo. Le privava di una voce.»
Qui la resistenza non è visibile, non fa rumore, ma esiste in tutta la sua forza.
In un contesto in cui il controllo passa da ciò che si può imparare, insegnare diventa un atto di ribellione politica. E continuare a farlo, anche a distanza, anche dopo essere stati costretti a fuggire, significa rifiutare che il silenzio sia imposto come destino di un intero popolo.
Fonti:
citazioni tradotte dal libro "Last to Eat, Last to Learn"
28 marzo 2026